Assomarinas, l’Associazione Italiana Porti Turistici, aderente a Confindustria Nautica e Federturismo, esprime profondo sconcerto e ferma critica nei confronti del recente provvedimento governativo che destina esclusivamente agli enti pubblici decine di milioni di euro per investimenti a pioggia nelle strutture di attracco per il turismo nautico.


Pur prendendo atto dell’impegno del Ministero del Mare nel reperire risorse pubbliche, l’Associazione non può che rilevare come tale iniziativa ignori totalmente le legittime e reiterate istanze delle imprese private del settore, pilastro dell’economia del mare italiana, che hanno contribuito a costruire nel tempo una rete portuale turistica apprezzata a livello internazionale, la quale, però, malgrado l’attrattiva costiera, fatica ad essere competitiva proprio a causa degli effetti di una politica negligente nei loro confronti. Queste imprese rappresentano uno dei primi moltiplicatori italiani di occupazione ed investimento e generano Valore Sociale Aggiunto in percentuale a 2 cifre, misurato in base ai principi europei di contabilità sociale. Sono un attrattore dell’economia, nonostante la piccola dimensione del segmento. È, quindi, incomprensibile che il provvedimento non abbia previsto alcun coinvolgimento degli operatori privati, gli stessi che hanno investito in portualità turistica negli ultimi trent’anni, affrontando la durissima crisi 2010-2020 innescata dal crollo di Lehman Brothers e dalla tassa sulle imbarcazioni introdotta dal Governo Monti, nonché i lockdown della pandemia e le recenti emergenze meteomarine.
L’intervento pubblico così disegnato solleva inoltre numerose criticità sia economiche che operative.
Anzitutto, è ragionevole attendersi che gli enti saranno inevitabilmente incentivati a investire nelle aree già ad alto sviluppo turistico, dove l’intervento statale non è necessario, trascurando invece quei territori nei quali esiste una forte domanda sociale, ma nessuna immediata sostenibilità economica. È un meccanismo già sperimentato senza successo in passato nell’alveo pubblico.
Inoltre, la scelta di finanziare esclusivamente gli enti pubblici rischia di alterare la concorrenza nazionale deprimendo, quindi, quella mediterranea ed internazionale. Molti enti pubblici tra quelli che possono candidarsi al finanziamento dispongono di competenze tecniche e amministrative di alto livello pertinenti agli ambiti di scopo delle Amministrazioni, ma non all’attività imprenditoriale e competitiva propria della ricettività nautica. Per la gestione di infrastrutture complesse come i porti turistici sono infatti indispensabili skills specialistiche e sistemi di relazioni anche internazionali consolidati. Il risultato paradossale, quindi, potrebbe essere persino che le amministrazioni locali siano tentate di auto-concedersi le aree demaniali per poi sub-concederle a operatori terzi, trasformando l’investimento in un mero arbitraggio economico sul canone demaniale e non in una creazione di valore per il turismo e l’economia costiera. Questa prassi, peraltro censurata efficacemente dalla AGCM (Autorità Garante delle Concorrenza e del Mercato), che ha richiamato anche corposa e pertinente giurisprudenza, introdurrebbe una perniciosa alterazione della competitività portuale turistica in danno delle imprese private e con un conseguente danno per l’erario determinatosi per effetto del minor gettito IVA e IRES di queste e per l’inevitabile contrazione occupazionale a medio termine dalla quale consegue minore gettito contributivo ed IRPEF dipendenti ed aggravio, per contro del peso degli ammortizzatori sociali.
Le somme stanziate, pur rilevanti, rischiano inoltre di essere disperse e frammentate in micro-interventi inefficaci, senza produrre un reale salto di qualità nella capacità competitiva del sistema costiero nazionale che è ciò di cui il settore ha veramente bisogno e con esso l’Italia.
Da anni Assomarinas sostiene che la priorità non è costruire nuove strutture, ma finanziare il recupero, l’efficientamento e l’ampliamento di quelle esistenti, con un approccio orientato alla rigenerazione del patrimonio portuale e non all’ulteriore consumo di mare e di costa. Modernizzazione tecnologica, sicurezza nautica, resilienza climatica e digitalizzazione sono oggi le vere urgenze del comparto.
La delusione del settore è ulteriormente aggravata dal fatto che le audizioni svolte da Assomarinas presso il CIPOM (Comitato Interministeriale delle Politiche del Mare) sembravano aver tracciato una direzione diversa. Il Piano del Mare, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, riconosce infatti la necessità di migliorare la competitività fiscale e regolatoria delle imprese portuali turistiche; ciononostante, ai principi non hanno fatto seguito gli atti necessari. Restano aperti i contenziosi relativi ai canoni della legge 296/2006, è stato reintrodotto nel Decreto Infrastrutture l’aumento del 25% dei canoni 2023 già annullato dal TAR Lazio, non è stato ancora definito l’inquadramento catastale in categoria E1 per i porti turistici – strutture di interesse pubblico equiparabili ai terminal crocieristici – e non sono state adottate le riforme attese sul DPR 509/97 né le necessarie semplificazioni per i dragaggi, tuttora ostacolati da iter eccessivamente onerosi.
“Siamo profondamente delusi per la scarsa attenzione riservata alle centinaia di imprenditori che hanno fatto la storia della portualità turistica italiana, sostenendo con capitale proprio lo sviluppo delle destinazioni nautiche del Paese in anni difficilissimi”, dichiara il presidente di Assomarinas, Roberto Perocchio. “Chiediamo, pertanto, al Governo un cambio di rotta: meno contributi a pioggia e più politiche strutturali a sostegno di chi investe e rischia ogni giorno sul campo. Solo così il turismo nautico potrà continuare a generare valore, occupazione e competitività internazionale.”

(Per maggiori informazioni: www.assomarinas.it)