Secondo il Financial Times, le 20 principali compagnie aeree quotate in Borsa, dal giorno dell’attacco congiunto Israele-Usa all’Iran ad oggi, hanno perso 53 miliardi di dollari (quasi 46 miliardi di euro).

Quello che interessa di più i passeggeri, ovviamente, è il costo dei biglietti e l’impennata, a partire dai prossimi mesi, sembra inevitabile.
L’attuale ascesa vertiginosa del carburante è la peggiore dai tempi della chiusura dei cieli ai tempi del Covid, una scossa decisamente più forte di quella avvertita dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Con un profitto medio di 10 euro per passeggero, sottolinea il Gruppo Lufthansa Carsten Spohr, non c’è margine per assorbire un aumento così forte dei costi. Ecco perché il rincaro dei prezzi dei biglietti diventa una scelta obbligata.
Dall’aumento delle tariffe al taglio di alcune rotte il passo è breve. Alcune compagnie, infatti, stanno pensando di varare un piano d’emergenza qualora la pressione sulle forniture di carburante peggiori ulteriormente. Air France-Klm non esclude la riduzione dei collegamenti verso alcune zone dell’Asia. La scandinava Sas ha già annunciato la cancellazione di mille voli per il mese di aprile, mentre United Airlines ha fatto sapere che ridurrà la propria capacità in risposta al caro fuel. Emirates, Etihad e Qatar Airways sono state obbligate a riprogrammare in maniera drastica gli orari, dopo le forti limitazioni dello spazio aereo e del crollo del turismo e adesso sono pronte a chiedere iniezioni di liquidità dai soci.
I riflessi della guerra si avvertono anche sul mercato dei jet privati. Se vogliono atterrare in Medio Oriente, gli operatori devono tirare fuori una franchigia assicurativa che può arrivare fino a 50.000 dollari per il “rischio di guerra”. E in alcuni casi la cifra può raddoppiare il costo del noleggio.

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